Corodia

by

(dal direttore Antonio Ammaccapane)

Requiem di Mozart a San Lazzaro

…questa strana parola che in prima battuta può sembrare una forma contagiosa di una rara malattia cardiaca, non è altro che la derivazione dal Greco del Canto a Coro, all’unisono o all’ottava.

Il cantare nel Coro determina preventivamente una ben precisa collocazione armonica del proprio strumento, in questo caso, vocale.

Quindi possiamo suddividere la voce umana in femminile e maschile e a sua volta, la prima in soprano e contralto (rispettivamente acuta e grave) e quella maschile in tenore e basso (vocalità centrale e più profonda).

Ora abbiamo quattro timbri vocali che cercheremo di posizionare su gradini e a semicerchio, utilizzando le singole sezioni: davanti quelle femminili e dietro in alto quelle maschili.

Avendo come punto di riferimento il Maestro Direttore, guardando il Coro, avremo alla nostra sinistra la sezioni dei soprani e alla destra i contralti, mentre dietro questi ultimi i bassi e dietro i soprani i tenori.

Naturalmente le sezioni e le singole voci si possono miscelare e posizionare a piacimento e a discrezione del Direttore al fine di raggiungere il desiderato amalgama vocale.

Il canto corale è uno dei più difficoltosi perché necessita di un profondo, e oserei dire ostinato, senso dell’ascolto da parte di tutti i componenti il Complesso che grazie a questa fondamentale caratteristica potranno fondersi con il resto della propria sezione di appartenenza evitando il brutto, antimusicale e ahimé ricorrente difetto di emergere in solitaria. Il ruolo del solista è ben altra cosa; esso può, anzi deve distinguersi dal Coro pur rispettando le basilari norme che regolano e denotano il bel canto, a prescindere dal ruolo che si riveste sia esso solistico sia esso corale.

Tornando al canto corale, il cantore deve dunque privilegiare la collegialità pur nelle inevitabili differenze armoniche e vocali insite in ognuno di noi.

Altra difficoltà, che comunque esercita il nostro orecchio, è il dover cantare contemporaneamente melodie diverse dalle altre sezioni del Coro, con aggiunta di cambi ritmici che completano e arricchiscono il pezzo musicale.

Il cantore che proviene da un Coro è sicuramente abituato a ragionare considerando sempre chi canta al suo fianco e specie nel canto polifonico, la priorità che si richiede, è quella di dialogare tra sezioni evitando sovrapposizioni sonore non lecite, anzi dannose per chi ascolta. Ne consegue che ogni sezione, terminata la sua frase, deve attenuare in forma naturale (e non di effetto) la propria voce dando il giusto spazio alla sezione che sta dialogando con essa. Questo fraseggiare in forma continuativa e consequenziale crea quel particolare mondo della polifonia che da secoli ammalia i cuori e le menti più elette.

Altra minaccia del canto corale è il giusto fraseggio e la giusta accentuazione della parola. Può sembrare banale questa affermazione, ma è alla base del “bel canto” e del “recitar cantando”, tutti concetti che hanno reso il canto italiano esempio da seguire e termine di confronto, elementi indispensabili quanto irrinunciabili per chiunque ami la professione del canto e del canto corale.

Per concludere questa mia riflessione sul Canto nel Coro, occorre fare un distinguo tra il canto a cappella e il canto con sostegno strumentale.

È evidente che ci troviamo su argomenti e difficoltà assai differenti. Il canto corale sostenuto dallo strumento quale esso sia o quale essi siano, determina una sicurezza nel mantenere integra la tonalità del brano oltre al fatto di ascoltare sommato alle voci, la dolcezza armonica dello strumento o strumenti utilizzati, mentre nel canto cosiddetto a cappella (dove non esiste la partecipazione strumentale) la tonalità deve essere resa stabile esclusivamente dall’abilità tecnico-vocale del complesso canoro che in questo caso specifico necessita di una preparazione assai complessa dove si richiede a ciascun cantore un’attenzione estrema nell’effettuare i giusti intervalli della scala musicale in maniera esatta e prima ancora di esplicitarli con il mezzo vocale devono essere pensati con assoluta chiarezza e sicurezza.

Come si può notare la “corodia” è un’arte assai variegata e chi la pratica ne deve andar fiero e compiere un lavoro di attivo proselitismo al fine di diffondere questa gioia che scaturita dal cuore si propaghi come una vera e propria epidemia nel mondo intero.

La solitudine è uno dei peggiori mali che affliggano l’umanità e i giovani costituiscono la fascia d’età maggiormente a rischio in questo senso.
Comunicare è bello, anzi indispensabile. Avere bisogno degli altri è meraviglioso, come meraviglioso è il fatto che gli altri abbiano bisogno di te.
Il canto offre una delle forme privilegiate di espressione e di comunicazione. Non a caso il canto corale rappresenta una delle più antiche e frequentate forme di aggregazione, per la sua insita capacità di far sentire a tanta gente, nello stesso momento, le stesse emozioni, gli stessi ideali.
Cantare è anche una delle cose più semplici, al di là delle proprie capacità vocali: si possono esprimere cose bellissime anche senza essere Mina o Luciano Pavarotti. La nostra società però, essendo infarcita di compromessi, ipocrisie e falsità, ha reso complicata una delle forme artistiche più dirette e immediate, il canto, appunto. Di conseguenza, cantare con naturalezza, che dovrebbe costituire un punto di partenza, è diventato una mèta.
Il piacere del canto, perché comunque di piacere si tratta, non esclude però un percorso fatto di approfondimento e impegno.
Agli uomini non è consentita alcuna vera gioia che non preveda anche dei momenti di sacrificio. Il risultato finale, però, proprio per questo, può essere ancora più esaltante: solo chi ha visto il buio può apprezzare il valore della luce.
Molto superficialmente si può pensare che per essere dei buoni cantanti basti una bella voce; non è così: esistono voci bellissime che comunicano solo mediocrità e negatività. Esistono invece voci apparentemente meno sontuose che, con discrezione, ma anche con determinata semplicità, sanno arrivare all’anima.
Già… l’anima! In sintesi ogni espressione artistica è degna di essere ritenuta tale se sa arrivare all’anima. Il risultato finale, nell’incontro tra pubblico ed artista, deve essere quello di una conquistata unità spirituale: ad un certo punto non deve esserci più separazione ideale tra il cantante (o l’attore, o il ballerino…) e il pubblico, il quale, entrato in sintonia con l’artista, canta, recita, balla con lui e, quando applaude o grida “bravo”, è come se lo dicesse a se stesso. Quando questo succede vuol dire che sono cadute tutte le barriere che negano la vera comunicazione e non ha nemmeno senso parlare di umiltà o presunzione: il pubblico e l’artista prendono semplicemente atto di una realtà che sfiora il soprannaturale.
“Lasciarsi andare” mentre si canta: ecco una bella realtà! Probabilmente la differenza tra veri artisti e sedicenti tali risiede proprio in questa semplicissima regola: la capacità di lasciarsi andare, che non vuol dire abbandonarsi agli istinti peggiori, ma, più propriamente, avere accumulato una tale conoscenza della tua persona e del mondo che ti circonda, una tale padronanza dei tuoi mezzi e delle meravigliose possibilità offerte dalla vita, che ti viene spontaneo esprimerti col canto, con la stessa naturalezza con cui respiri.
Dicevo prima dei vizi di espressione causati da certa nostra “civiltà”: è tristissimo vedere dei ragazzi che, quando salgono su di un palcoscenico, si sforzano di usare sfacciatamente tutte quelle scorciatoie che possono portare al successo facile.
Il successo: ecco la parola chiave su cui convergono meriti, ma anche enormi miserie. Il successo, per essere davvero ritenuto tale, non può prescindere dalla qualità del tuo percorso. Il machiavellismo può avere senso in politica, forse, ma non nel mondo dell’arte: arrivare sgomitando, usando ogni mezzo, a qualunque costo, è semplicemente vergognoso, è semplicemente non artistico.
Il successo, indubbiamente bello da raggiungere, può dirsi tale solo se arriva come naturale conseguenza di quello che sai fare.
L’espressione del canto è talmente personale e insieme misteriosa da permettere a chiunque di trovare un suo modo, assolutamente unico, inconfondibile. In questo senso è utile, ma anche rischioso l’uso che si può fare dei modelli artistici. Un vero modello è quello che ti stimola a migliorarti, a studiare, a trovare una tua dimensione. Un uso distorto dei modelli, invece, porta a quella inqualificabile moltiplicazione di replicanti senz’anima di personaggi baciati dalla fortuna: è inutile ribadire l’inconsistenza artistica di tanti che in scena ripetono meccanicamente gesti, modi ed espressioni vocali copiati da artisti già consacrati dalla fama.
C’è chi pretende che l’espressione artistica debba essere asettica in quanto a tensione morale: si dice, troppo spesso, che l’artista deve solo rappresentare, senza dare un giudizio a quello che sta rappresentando. Nulla di più ingannevole: per cominciare, non esiste rappresentazione che non comporti un giudizio personale, inoltre, in un momento storico come il nostro, in cui il cosiddetto “villaggio globale” ha frammentato e mescolato ogni espressione umana, l’artista non può lasciarsi scappare l’opportunità di dare una propria lettura a tutto quello che osserva, investendo di naturale moralità ogni sua espressione.
Naturalmente un docente non deve imporre nulla; deve solamente identificare e stimolare le doti artistiche, evidenti e spesso nascoste, di ogni allievo. Lo sviluppo di ogni personalità artistica è sempre intrigante e pieno di meraviglie: basta solo trovare e percorrere la propria strada.
Giovanni Paolo II ha segnato un prima e un dopo nel mondo dell’espressione artistica. Prima di Lui gli artisti erano stati chiamati spessissimo a portare il loro contributo fondamentale nella costruzione del bello. La novità del grande Papa, che tanto continuiamo ad amare, è stata quella di saper parlare agli artisti “dal di dentro”, essendo stato Lui stesso un artista ed avendo, di conseguenza, avuto Lui stesso l’opportunità di parlare agli altri, di incontrarli nella loro più profonda umanità, proprio facendosi scaldare la propria anima (e che anima!) dal sacro fuoco dell’arte.

Antonio

Una Risposta to “Corodia”

  1. Fiore Enrico Says:

    caro Antonio
    ho letto solo oggi l’articolo,semplice e chiaro ,una bella lezione sulla “Corodia” che hai gia da novembre pubblicato sul blog;io l’ho letto per la prima volta solo oggi:devo dire che tra le tante indicazioni che hai dato sul coro mi hanno colpito in primis quelle riguardanti il dovere che ogni corista ha, pur salvaguardando le sue personali doti vocali ,personali e naturalmente specifiche, di uniformarsi, almeno come volume di voce a quelle della sua sezione,cercando di mantenersi in tono,e poi di ascolatre anche le altre sezioni che via via intervengono nel fraseggio musicale ,che si esprimono in altre tonalita’, ma che pure debbono rimanere in armonia con tutti gli altri;quando si canta cosi,ben amalgamati tra i componenti delle singole sezioni e poi con le altre ,si riesce spesso ,anche se non sempre a realizzare un armonia perfetta che ,come spesso tu ci dici fa venire la pelle d’oca;ovvero si viene presi noi stessi ,elevati, sospesi da quei bei suoni armonici che ne vengono realizzati.ed è questo che fa si che chi è amante della musica in genere e di quella corale in particolare, non possa non divertirsi per il piacere che danno queste emozioni,per le quali le stesse prove, sono, pur nella loro frequente ovvia interruzione ,pur sempre, semplice, piacevole intrattenimento.
    E chiaro che il concerto con il pubblico rende piu estesa ed ampia quella coralita,’ che diventa cosi piu partecipata e che ricarica chi canta, il pubblico e l’orchetra quando è presente,in una circolarita’ che si automantiene e si autoentusiasma.
    Un ultima osservazione ,il cantante solista ha meriti professionali indubbi ,in quanto le esecuzioni sono frutto di doti naturali,ossia di una voce gia predisposta al canto e frutto di lungo e continuato studio,ma ha per me un rovescio della medaglia : è solo, riceve tanti applausi solo per lui,ma il canto corale, questa unica voce che deriva dalla fusione di quelle di tutti i coristi ,da un piacere profondo ,una gratificazione che si ha solo, sapendo che il successo è dovuto all’azione di tutti i singoli che cantano non per se ma per il gruppo ,sacrificando agli altri le proprie migliori caratteristiche mettendole in comune , quasi che l’uno debba dare il meglio che ha per gli altri e ,come gruppo accomunato dall’unita dell’intento di creare un canto armonico;e piu ci si riesce bene e piu’ è grande la gratificazione.
    Senza nulla togliere ai solisti il canto corale da una gioia ,tutta particolare che il solista è condannato a non provare!E’ chiaro che ciascun corista debba mettere in pratica e fare sue quelle semplici indicazioni tecniche su come si respira ,su come si deve atteggiare la bocca ,sulla pronuncia delle singole parole,quel recitar cantando che è recita e canto insieme, e tutte le altre indicazioni che sono di semplice esecuzione e che sono indispensabil perchè hanno il compito di migliorare significativamente il canto dei singoli e di creare cosi’ una sempre piu perfetta armonia del canto in coro.

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