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Il cimitero di Scanello (pensieri e note di Mario fra i 500 e i 600 metri)

25 gennaio 2010

Scanello (BO)

Se tu vens cà su ta cretis là che lor mi àn soterat; (se tu vieni su questi monti laddove mi han sotterrato) come possiamo vedere è dalle parole di una vecchia canzone friulana che traggo l’occasione per scrivere queste righe, tantomeno non sono dovuto andare sulle Alpi! Siamo partiti dalla Fonte di Quinzano e a piedi eccoci giunti quassù a Scanello.
Salendo lungo la bella strada asfaltata si ammira il tipico panorama appenninico, dolci declivi ammantati di verde in estate ed il cielo durante la bella stagione, accarezza quei colli come voler loro assicurare che nulla verrà deturpato di quella delicata bellezza! Sono queste le emozioni che un uomo di pianura come me riesce a vivere nel momento in cui si avvicina alle proprie colline! A un tratto dopo una curva compare la chiesa di Scanello con il suo campanile e a fianco un bianco muretto recinge un pezzetto di terra che a vederlo in lontananza è poco più grande di un fazzoletto, mentre sotto di noi ha inizio la parte alta della val di Zena.   –   Sembra che oggi le auto abbiano deciso di non circolare o se non altro che in minima quantità, tanto da poter ascoltare la voce del silenzio, voce rotta dal lieve venticello che canta la sua canzone fra i fili d’erba e le fronde degli alberi spogli.   –   Io e Massimo camminiamo in silenzio per non rompere quel breve incantesimo che la natura ci sta regalando! Arriviamo dietro la chiesa proseguendo per una via laterale, quando in posizione sopraelevata rispetto alla strada notiamo la casa in cui ai primi di ottobre del 1944 prese alloggio il comando militare americano della 5° armata comandata dal generale Eisenhower, Come? volete sapere se…? Si è proprio lui, quello che il 20 gennaio 1953 divenne presidente degli Stati Uniti e qui assieme al generale M. Clark rimase fino all’aprile dell’anno successivo in attesa della primavera per poi procedere alla liberaazione di Bologna; una lapide posta sulla parete rivolta alla strada ne testimonia il fatto.
A qualche passo da noi, un cancellino in ferro sta all’ingresso del piccolo cimitero circondato da quel bianco muretto; entriamo e con grande sorpresa in quel piccolo luogo sacro, scopriamo di trovarci immersi in un’atmosfera tipica che è possibile trovare sia nei cimiteri alpini che in quelli austriaci.     –   Mi segno come se volessi salutare tutti quei defunti, al punto che mi pare di vederli uno ad uno, hanno i visi tipici dei contadini di montagna, provati dalla fatica, ed il volto segnato dagli inverni della loro esistenza! Tuttavia sembrano mostrarsi felici per la nostra visita e pare abbiano abbozzato un lieve sorriso! Sebbene non ne conosca nessuno, ho l’impressione che vogliano lasciarmi un loro ricordo, forse qualcosa che mi è famigliare, al punto che ho l’impressione di udire una voce che mi dice: “E’ qui che siamo nati, è questa la nostra dolce vallata! Rispettela come abbiamo fatto noi, qui rimarremo ad indicare la retta via a chi ha deciso di continuare la propria esistenza su queste colline, affinchè nessuno dei posteri abbia a sentirsi mai solo!” Intanto che ascolto queste parole, un flebile sole lentamente va a nascondersi, anche loro lo vedranno, e forse penseranno che il Paradiso sia ancora qua.
Lascio il posto senza tristezza, rinfrancato da questo strano dialogo, mentre non posso fare a meno di di fare un profondo respiro come se volessi assaporare ancora una volta e con immenso piacere quell’aria particolare, intanto a Massimo dico:- “Lo sai cosa mi diceva mio padre a proposito della notte di S. Antonio?” – “No, cosa?” – “Questa notte come vuole la leggenda, gli animali parleranno degli uomini e del nostro comportamento nei loro confronti durante l’anno, speriamo di esserci guadagnati la loro magnanimità!” Nel frattempo in cui scendiamo verso la Fonte, portata dal vento ho l’impressione di udire le note di una “canta” è solo un’illusione che quest’angolo di mondo ha voluto regalarmi per la notte di S. Antonio
(Mario Dalmonte)